La conchiglia incantata


fiaba di Diego Carestiato

C’erano una volta, in un villaggio immerso nei verdi prati della regione assolata, tre fratelli, figli di contadini. Essi per tutta la settimana lavoravano nei campi assieme ai loro genitori, e solamente il sabato, verso sera, potevano godere di un po’ di riposo, che ciascuno trascorreva nel modo che preferiva. Il primogenito, per esempio, suonava il violino, per allietare le orecchie della vecchia nonna, ormai inferma, che non poteva muoversi dal proprio letto; il secondo figlio, invece, dipingeva splendidi dipinti da vendere al mercato, per portare qualche soldo in più nelle tasche dei loro genitori. Il terzo, infine, si nascondeva nel fienile per fumare un po’ di tabacco, che comprava da un amico spendendo tutta la sua paga della settimana. Eppure suo padre l’aveva ben avvertito: “Attento, figlio mio: ci sono cose in questo mondo che non ti possono procurare altro che guai!!”. Ma egli non ascoltava le parole del genitore: “Tanto” pensava “chi se ne importa?”.
Una sera di sabato, quando ormai il freddo dell’inverno aveva raggiunto i verdi prati della regione assolata, il figlio minore era andato di nuovo a nascondersi nel fienile, per accendere la sua dose di tabacco e starsene lì a fingere di essere più grande di quel che invece era, quando un soffio di vento, più forte del solito, fece saltar via una piccola foglia di tabacco accesa dal mozzicone, e questa finì sopra la paglia secca… In pochi attimi, da quella piccola brace si creò un grande falò, che divampò nella notte accendendo l’oscurità. Il padre, accorso nel fienile ormai bruciato dall’incendio, trovò il figlio minore in ginocchio, davanti all’enorme portone annerito, che piangeva: “Padre, per non averti dato ascolto, ho provocato la distruzione del fienile: dal tizzone del mio tabacco è scaturito un incendio! Ed ora tutte le scorte per l’inverno sono andate bruciate: che cosa mangeranno i nostri animali? E noi come ci procureremo il denaro per sopravvivere?”. “Figlio mio, non preoccuparti: qualcosa troveremo! Resta qui con noi, e tutto andrà per il meglio!”. E, appoggiatagli la mano sulla spalla, lo condusse in casa, mentre i fratelli spegnevano con grandi secchi d’acqua ciò che restava del grande falò.

Quella notte, il figlio più piccolo, non riusciva a dormire per i sensi di colpa: sapeva di aver messo in difficoltà tutta la sua famiglia, solo perché aveva scelto di disobbedire alle parole dei più grandi. “So cosa fare” si disse nel dormiveglia “Me ne andrò via da casa in cerca di fortuna!”. E messe le poche cose che possedeva in un fagotto legato ad un palo, uscì di casa nel cuore della notte, e sparì nell’oscurità, disobbedendo nuovamente alle parole di suo padre, che gli aveva detto di restare assieme alla sua famiglia.
Cammina e cammina, il figlio minore si addentra in un bosco con gli alberi molto fitti, talmente fitti che non riusciva più a distinguere i sassolini del sentiero, e così cominciò a vagare alla cieca, senza più capire verso quale direzione i suoi passi si stessero dirigendo. Improvvisamente, cadde in un buco molto profondo, che non aveva potuto vedere sia per il buio, sia perché quel buco era circondato da grandi foglie che lo coprivano alla vista. La caduta gli provocò una brutta ferita alla testa, che lo fece svenire.
Il giorno seguente, al suo risveglio, notò che alcuni raggi del sole mattutino riuscivano a superare la barriera di foglie all’imboccatura del buco, e pertanto riusciva a distinguere le pareti della cavità nella quale si trovava. Era una grotta enorme, molto umida, che si estendeva davanti a lui per centinaia di metri… E proprio mentre tentava di guardare quanto lontana fosse la parete opposta della caverna, un ragno gigantesco gli piombò davanti agli occhi! Era il signore oscuro di quel mondo sotterraneo nel quale egli era caduto la notte precedente…
“Finalmente il mio passsto…” disse, sibilando, quell’orrenda creatura. “Era tempo che non gussstavo un tenero ragazzzzzino…!”.
“No! Ti prego! Lasciami andare…” piagnucolava il ragazzino, che ora non si credeva più tanto forte.
“Non lassscerei mai andare via un cosssì invitante pranzetto: ora, ti paralizzzerò con il mio veleno… E appena il tuo corpo si sarà irrigidito come un pezzzo di ghiaccio, mi gusterò il sssapore della tua carne gussstosa…”.
Il ragazzino scoppiò a piangere: cominciava a capire che non era certo un po’ di tabacco che lo avrebbe reso un uomo vero! E mentre le lacrime gli rigavano il volto, sempre piagnucolando si rivolse così al mostro: “Ti prego, risparmiami e ti porterò il tesoro nascosto nella conchiglia della Maga Ametista”. A quelle precise parole, il ragno gigante, che stava già preparandosi ad avvelenare la sua vittima, si bloccò. “La maga Ametista? Ssssì… Dicono che il suo tesoro sia il più prezioso di tutti… E tu, piccolo ragazzino, come puoi conoscere dove si trova questo tesoro?”, gli chiese. “Lo conosco dai racconti della mia vecchia nonna: lei mi raccontava, fin da quando ero in fasce, che in fondo alla caverna del grande ragno nero, si nasconde la potente Maga Ametista. Custodisce un tesoro molto prezioso, così prezioso che, in passato, molti valorosi cavalieri hanno tentato di recuperarlo, ma nessuno di loro è riuscito a superare il terribile ragno nero. Li ha divorati tutti!”. E mentre il figlio minore raccontava, i grandi occhi del mostro osservarono i resti delle armature di metallo dei cavalieri che aveva divorato in passato… L’odore nauseabondo della carne marcia ancora aleggiava nell’aria della caverna…
“E sssia! Ti concedo un giorno di tempo: poi verrò a prenderti, e ti imprigionerò nella mia ragnatela mortale, per mangiarti con più calma!”. Il ragno risalì lungo il filo della ragnatela, e ritirò le sue lunghe e pelose zampe, sparendo nell’oscurità.
Il ragazzo, asciugate le lacrima con un gesto rapido del braccio, si alzò in piedi, e, raccolto quel briciolo di coraggio che gli era rimasto, s’incamminò verso il fondo della caverna, non senza difficoltà.

Cammina e cammina, dopo diverse ore raggiunse un punto della caverna nel quale nemmeno un minuscolo raggio di sole sarebbe mai filtrato, l’oscurità era tale da non poter vedere assolutamente nulla. Sopra la sua testa, sentiva che il soffitto era più basso, a tal punto che dovette strisciare lungo il pavimento della grotta per poter avanzare. Vicino al suo viso poteva sentire gli insetti sotterranei che strisciavano poco lontano dalla sua pelle, e dovette tenere la bocca ben chiusa se voleva che un millepiedi non gli s’infilasse sopra la lingua. Poi, ad un tratto, la sua mano tesa davanti urtò contro uno spuntone di roccia, che si mosse con un rumore secco. Inavvertitamente egli aveva fatto scattare una magia: sotto al corpo disteso del figlio minore, si materializzò uno specchio fatato, che inghiottì il povero ragazzo, trasportandolo d’incanto in un giardino meraviglioso, non più nella pancia di quell’oscura caverna, ma all’aperto.
Questo giardino era circondato da altissime mura dorate, e al centro un piccolo e lucente laghetto rifletteva i raggi del sole alto nel cielo. E sulla riva del piccolo lago, una donna di mezz’età, seduta sopra una panchina tutta ricoperta d’oro: era la maga Ametista!
“Benvenuto, giovane cavaliere!” disse la maga. “Noto con piacere che il tuo coraggio è molto migliorato, se sei riuscito a resistere alle insidie della Caverna della Morte Profonda!”.
“Non avevo altra scelta!” rispose il giovane “anche perché ho commesso un grande errore disobbedendo alle parole di mio padre: avrei dovuto dargli ascolto, e invece, per sentirmi grande più di quel che in realtà sono, ho bruciato il fienile di famiglia, mettendo a rischio la sopravvivenza di tutte le persone che mi vogliono bene! Per rimediare a questo sbaglio fatale, devo recuperare il tesoro che proteggi, così potrò portarlo a mio padre e potremo superare l’inverno!”.
“Dimmi una cosa, giovane coraggioso: è sempre stato questo il tuo volere? Fin dall’inizio del tuo viaggio?”
“No, in realtà ho deciso così appena ho capito che mi trovavo nella grotta del ragno nero: quando ho realizzato che la storia raccontatami dalla cara nonna è vera, ho preso la mia decisione, ed eccomi qui, pronto a rischiare tutto!”.
“Bene, mio giovane amico: la tua sincerità ti fa onore, e pertanto io ti sottoporrò alle tre prove per conquistare il tesoro. Sei pronto?”
“Sì, sono pronto!” fu la risposta decisa del figlio minore.
La maga Ametista si alzò in piedi, e lo condusse sulla riva del lago. Qui il giovane assistette ad una incredibile magia: appena la maga sollevò la mano destra, le acque del lago si divisero rivelando una scalinata di roccia che portava nelle profondità asciutte del laghetto. Insieme percorsero, gradino dopo gradino, lo spazio che li conduceva ad una piccola chiesetta di pietra ai piedi della scalinata. La porta si aprì da sola, ed essi entrarono. Dalle vetrate colorate il giovane poté vedere che le acque erano tornate a proteggere il piccolo edificio. La maga Ametista, nel frattempo, aveva preso tra le mani una piccola conchiglia di mare. “Tra un attimo, dopo le parole magiche, ti farò diventare così piccolo che potrai entrare in questa conchiglia, e quando sarai al suo interno affronterai le tre prove per guadagnarti il prezioso tesoro!”. Una sensazione di paura stava cominciando ad affiorare sopra la pancia del giovane; tirò un forte respiro, e annuì con la testa. “Attento, però” lo ammonì la maga “quando sarai dentro la conchiglia dovrai usare tutta la tua intelligenza se vorrai uscirne vivo!”. E pronunciò le parole magiche “Raten allen amagi!” e il giovane rimpicciolì, e divenne così piccolo da riuscire ad entrare nella conchiglia magica attraverso un piccolo foro sulla superficie della stessa.

Si ritrovò in una piccola stanza. Di fronte a sé una porticina chiusa. Alla sua destra, sopra un ripiano di marmo, una spada luccicante, un corno di ariete e un anello rosso come un rubino. Sulla porta una scritta diceva:
“Non da solo di varcare la soglia
tu mai deciderai, qualora la testa
tagliata di netto tu non voglia,
ma di ciò che qui resta
tre oggetti puoi nella tasca
infilare senza esitazione
che se il cervello non ti casca
ne uscirai da vero campione!”.
Il giovane impugnò allora la spada con la destra, s’infilò l’anello di rubino al dito indice della mano sinistra, e nel sacco ripose il corno d’ariete.
Varcò finalmente la soglia, e iniziò a percorrere un sentiero di sassolini bianchi. Dopo qualche ora di marcia, giunse in una radura. Di fronte a lui un uomo gigantesco – mostruoso – con la testa di asino; ragliava in modo spaventoso, e gonfiava il petto sembrando davvero un essere immenso. Tra un terribile verso e l’altro, disse minaccioso: “Tu, piccolo ragazzino, dove credi di andare? Ti farò a pezzettini in un batter d’occhio!”. L’anello di rubino cominciò a brillare, e questo fatto non sfuggì agli occhi attenti del giovane, che sollevò il braccio in direzione del mostro: chiuse gli occhi e immaginò un fascio di luce che usciva dall’anello in direzione di quell’essere terribile. Quando riaprì gli occhi, vide in effetti che dall’anello un raggio di luce rossa attraversava l’aria fino al petto gonfio di quel mostro. Il raggio aprì uno squarcio all’altezza del cuore della bestia, ma del cuore non v’era alcuna traccia. Lo squarcio aperto fece sgonfiare rapidamente quella creatura, che divenne in pochi attimi una sagoma vuota stesa sul terriccio della radura. Il rubino della verità aveva smascherato l’inganno, aveva sgonfiato un’orribile bugia.
Il giovane poté avanzare. Altre due ore di marcia, e arrivò ad un ruscello. Sull’altra sponda, una donna bellissima, seduta davanti ad uno specchio. Egli avanzò, per avvicinarsi a lei, attraversando il ruscello che via via si andava ingrossando. Quando egli fu a metà del corso d’acqua, la corrente era così aumentata, che egli rischiava di essere trascinato via dal ruscello in piena. Lanciò uno sguardo alla donna seduta, e vide che i suoi occhi erano rossi come due fiamme, mentre la sua pelle, che da lontano sembrava perfetta, da più vicino rivelava l’aspetto di dura roccia appuntita. Tornò indietro subito, e si sedette per osservare meglio quel posto pericoloso. Notò che, una decina di metri più a nord, risalendo la corrente, c’era un vecchio ponte spezzato. Lo raggiunse in fretta, e mentre gli si avvicinava, poteva sentire il corno d’ariete vibrare nel fagotto fissato sul bastone. Lo tirò fuori, e si accorse che dalla parte più grossa di quel magico oggetto uscivano delle tavole di legno perfette per riparare il ponte. Egli le utilizzò, assieme ad un po’ di corda, per fissarle sui resti della struttura, e appena il lavoro fu finito, poté tranquillamente passare dall’altra parte, sano e salvo e, soprattutto, lontano da quella donna apparentemente bella, in realtà mostruosa. Il corno dell’abbondanza aveva rivelato che il lavoro e l’impegno possono sconfiggere la vanità dell’apparenza.
L’ultimo tratto del sentiero apparve davanti al giovane: lo percorse di buona lena, e dopo circa un’ora si ritrovò sulla vetta di una montagna. Lo attendeva un essere incappucciato, tutto vestito di nero, magrissimo in viso: stringeva una falce lucente nelle mani ossute. Era la Morte, e stava aspettando proprio lui.
“Finalmente!” gli disse lei “Ti stavo aspettando da tempo”, sollevando la falce fin sopra la sua testa.
“Eccomi” rispose il giovane, e brandì la spada che teneva salda nella sua mano.
“Cosa credi di fare con quell’arma inutile?” urlò minacciosa la Morte. “Non sai che quella spada non mi può assolutamente ferire?”, e scoppiò in una orribile risata.
Ma il figlio minore aveva in mente un’altra mossa che la sua avversaria non si sarebbe mai aspettata: utilizzò la lama della spada per riflettere un raggio di sole, e con esso illuminò il volto della creatura ammantata di nero. Incapace di vedere, essa lasciò cadere la falce per portarsi le mani agli occhi: mai gesto simile le fu più fatale: la lama le piombò sul capo staccandole la testa di netto dal collo. Il giovane, vittorioso, non credeva a ciò che vedeva. All’improvviso, la testa, il corpo e la falce della morte scomparvero assorbiti dal terreno. Al loro posto comparve la maga Ametista, nel volto della quale il giovane riconobbe i lineamenti della cara nonna.
“Tesoro mio: sei stato coraggioso come un leone! Sapevo che dentro di te tenevi la forza di cambiare i tuoi comportamenti sbagliati in azioni valorose e giuste. Per questo motivo fin da quando eri piccolo ti ho sempre raccontato la storia di questi luoghi. E tu hai onorato la mia scelta sconfiggendo i tre più grandi pericoli della gioventù: l’uomo-asino, la Stupidità; la donna apparentemente bella, la Vanità; la morte, ovvero la Paura che ci impedisce di fare ciò che è più giusto. Ma tu hai saputo sgonfiare la stupidità, abbandonare la vanità per lavorare sodo e vincere la Paura per ottenere ciò che più desideri. Ecco il tuo tesoro: hai ottenuto il permesso di portare con te i tre doni magici: la spada lucente, per illuminare le ore più buie del giorno; l’anello di rubino, per sgonfiare la stupidità e trovare la strada giusta; il corno d’ariete, per avere in abbondanza tutto ciò che ti serve per costruire i ponti per raggiungere nuovi traguardi. E ora va, tesoro mio: torna a casa!”.
Gli occhi del giovane si chiusero, pesanti, ed egli non poteva impedire alle sue palpebre di abbassarsi…

Quando si risvegliò, era nella grotta del ragno nero. Ma non lo vedeva: il mostro era mimetizzato nell’oscurità e lo stava attendendo per chiuderlo nella sua ragnatela. Allora il giovane sfregò l’anello di rubino, che si accese e fece brillare un raggio rosso in direzione del nascondiglio del mostro. Appena lo ebbe individuato, impugnò la spada lucente con la mano sinistra, e rifletté l’unico raggio di sole in direzione dell’orrenda creatura. Questa, urlando e sibilando, cercò di sfuggire al fascio di luce per gettarsi addosso all’eroe, ma non fu abbastanza veloce. La luce riflessa le bruciò dapprima le zampe, costringendola all’immobilità, poi tutto il corpo. Fu così che il ragno nero perì, e il ragazzo poté raggiungere l’ingresso della grotta. Il buco, però era molto in alto. Il figlio minore non si scoraggiò: prese il corno dell’abbondanza dal fagotto, e con il materiale che ne uscì costruì una scala, che poi utilizzò per uscire all’aria aperta.
Si ritrovò nel bosco. Prese subito la strada di casa, e tornò dalla sua famiglia. Appena giunto a casa, apprese della scomparsa della cara nonna, che si chiamava Ametista. Pianse dentro di sé, ma senza mostrar segno di sofferenza nel suo volto. La sofferenza era tutta nel suo cuore. Il giovane, dal giorno seguente, utilizzò i suoi doni magici per aiutare genitori e fratelli nella vita dei campi, e mai più si dedicò a quell’attività che, in passato, gli aveva procurato solo guai. Decise allora di impiegare il suo tempo libero per leggere e imparare molte storie, che un giorno avrebbe raccontato ai suoi figli, come sua nonna aveva fatto con lui.

~ di diegocare su 28 novembre 2010.

Una Risposta to “La conchiglia incantata”

  1. ‘giorno (nn x offenderLa)ex prof.
    sono Riccardo e vorrei scriverLe che la storia è bellissima e,a differenza di altre, entusiasmante e appassionante al tempo stesso!!!!
    COMPLIMENTI!!!!
    Riccardo
    P.S.vorrei chiederLe,quando compie gli anni???

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