La linea d’ombra


Qualche anno fa Lorenzo Cherubini, cioè Jovanotti, ha scritto una canzone che egli stesso ha definito “un racconto”… Per me, in realtà, più che un racconto “La linea d’ombra” é una metafora: rappresenta il cambiamento onnipresente nella vita di tutti. É un po’ come se, ogni volta che ne ascolto il testo, mi trovassi davanti a uno specchio “magico”: inizialmente, sulla lastra di vetro vedo la mia immagine riflessa, poi, però, al posto mio compare una strada che si divide in due. Io ci entro, e percorro quella strada, fino al bivio, e poi… Mi rendo conto che prendere una strada precisa e percorrerla fino in fondo non é facile, eppure sembra proprio che questa sia la meta del nostro viaggio: imparare a scegliere chi vogliamo essere e fare tutto ciò che é in nostro potere per realizzare questo sogno. “Avanti tutta: questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione”.

Qui sotto riporto il testo scritto da Jovanotti: in questo modo sarà più agevole comprenderne il significato.

LA LINEA D’OMBRA

La linea d’ombra, la nebbia che io vedo a me davanti…
Per la prima volta nella vita mia mi trovo
a saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo.
Mi offrono un incarico di responsabilità:
portare questa nave verso una rotta che nessuno sa;
è la mia età a mezz’aria,
in questa condizione di stabilità precaria.
Ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto,
mi giro e mi rigiro sul mio letto,
mi muovo col passo pesante in questa stanza umida
di un porto che non ricordo il nome.
Il fondo del caffè confonde il dove e il come
e per la prima volta so cos’è la nostalgia, la commozione.
Nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione:
per ogni strappo un porto, per ogni porto in testa una canzone.
È dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione,
senza preoccupazione, soltanto fare ciò che c’è da fare
e cullati dall’onda notturna sognare
la mamma… il mare.

Mi offrono un incarico di responsabilità:
mi hanno detto che una nave c’ha bisogno di un comandante,
mi hanno detto che la paga è interessante
e che il carico è segreto ed importante.
Il pensiero della responsabilità si è fatto grosso:
è come dover saltare al di là di un fosso
che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato.
Saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto.
Di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura:
cosa sarò? dove mi condurrà la mia natura?
La faccia di mio padre prende forma sullo specchio,
lui giovane, io vecchio.
Le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio:
“La vita non è facile: ci vuole sacrificio!
Un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione”.
Arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione
e adesso è questo giorno di monsone
col vento che non ha una direzione.
Guardando il cielo un senso di oppressione,
ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va,
cosa si sarà, che responsabilità si hanno
nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto.
E attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera
dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera
ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare.
Mi perdo nelle letture, i libri dello zen ed il Vangelo,
l’astrologia che mi racconta il cielo.
Galleggio alla ricerca di un me stesso
con il quale poter dialogare,
ma questa linea d’ombra non me la fa incontrare.

Mi offrono un incarico di responsabilità:
non so cos’è il coraggio, se prendere e mollare tutto,
se scegliere la fuga od affrontare questa realtà
difficile da interpretare ma bella da esplorare,
provare a immaginare cosa sarò
quando avrò attraversato il mare,
portato questo carico importante a destinazione,
dove sarò al riparo dal prossimo monsone.

Mi offrono un incarico di responsabilità:
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire.
Getterò i bagagli in mare, studierò le carte
e aspetterò di sapere per dove si parte,
quando si parte e quando passerà il monsone dirò:
“Levate l’ancora, diritta, avanti tutta:
questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione”.

Da un punto di vista linguistico il testo presenta alcuni spunti interessanti, che, come avrai notato, sono evidenziati in grassetto: vi presento alcune domande che possono aiutare a coglierli efficacemente.

1. A cosa si riferisce, secondo te, l’autore, quando cita un “incarico di responsabilità”?
2. Secondo te cosa significa l’espressione “è la mia età a mezz’aria”?
3. Pensi sia grammaticalmente corretto scrivere “di un porto che non ricordo il nome”? Se no, come correggeresti la frase? Il messaggio è comunque comprensibile? Perché?
4. “Il fondo del caffè confonde”: cosa noti nel suono di queste parole?
5. Come possiamo interpretare l’espressione “per ogni strappo un porto”?
6. “Quando sono gli altri a far la direzione”: chi sono questi “altri” secondo te?
7. Quali sono “i tempi spensierati di un passato che è passato”? A cosa si riferisce l’autore?
8. Suggerisci una interpretazione per i seguenti versi:
“Arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione
e adesso è questo giorno di monsone
col vento che non ha una direzione”.
9. Quali responsabilità abbiamo verso gli esseri umani che ci vivono accanto? Quali parole della canzone te lo fanno capire?
10. “Ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare”: a quale campo semantico è riferita questa espressione?
11. Di cosa trattano i libri dello zen? Cos’è lo zen?
12. Cosa intende l’autore con le parole “Galleggio alla ricerca di un me stesso
con il quale poter dialogare”?
13. “Quando avrò attraversato il mare”: nella realtà, come possiamo rendere questa metafora?
14. “Dove sarò al riparo dal prossimo monsone”: ma il monsone, se leggi tutta la canzone, è un elemento positivo o negativo?
15. Perché “gettare i bagagli in mare”? Non si dovrebbero mettere nella propria cabina?

~ di diegocare su 23 ottobre 2014.

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